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In margine alla questione Stamina

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In margine alla questione Stamina

«Chi non  crede  in  Dio  non è vero che non crede  in niente  perché comincia a credere a tutto».
L’aforisma è di Gilbert Chesterton, lo scrittore inglese famoso per aver dato vita alla figura di padre Brown. Mi è tornato in mente ieri sera, guardando la trasmissione di Corrado Jacona dedicata al caso Stamina. Ho una patologia congenita; ma alla mia nascita nessuno si era accorto di niente. Raccontava però mia madre che, quando avevo un tre mesi, dei vicini di casa in confidenza coi miei mi portarono di là da loro. E quando mia madre venne a prendermi, li trovò intenti a muovermi davanti agli occhi un fiammifero acceso. Qualcuno si era accorto che i miei occhi avevano dei problemi. Non ero del tutto cieco. Vedevo forme e colori e ricambiavo gli sguardi. Non appena ebbi l’età, un po’ prima di andare a scuola, imparai a riconoscere le lettere dell’alfabeto, LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, e i numeri sul calendario di Frate Indovino, di cui ho ancora in mente la barba bianca.
Nulla mi faceva sospettare mie particolarità o mie mancanze che mi rendessero drasticamente diverso dagli altri bambini. Anzi.
In quei primi anni ’50 l’amministrazione scolastica aveva preso in affitto due stanzone nella palazzina in cui abitava la mia famiglia. Ero ovviamente attratto da tutti quei bambini e qualche volta mi ero messo dietro la porta ad origliare cosa succedeva là dentro. Così un giorno la maestra mi fece entrare e io potei avere con la scuola un contatto precoce. Sarà perché lei di cognome faceva Cavallo, io imparavo al galoppo!
A quel punto i conti cominciarono a non tornarmi. L’anno successivo avrei dovuto anch’io andare in prima elementare. Ma mentre all’asilo ero regolarmente andato dalle suore, in prima elementare non avrei potuto continuare a stare coi miei compagni. Sapevo leggere, sì,  lettere e numeri, ma solo di una certa grandezza... E fu l’istituto; ma questa è un’altra storia.
Invece qui parlerò di una parallela esperienza. Va da sé che i miei genitori non si rassegnarono all’idea di avere un figlio cieco. E perché avrebbero dovuto? Dunque si comincia a chiedere e a vagliare.
Mi piacerebbe saper ritrarre questo paesone, oggi città, in cui allora vivevamo. Mio padre si alzava all’alba per andare in campagna a lavorare; per strada giravano cavalli e carretti; l’acqua potabile la si prendeva alla fontana in piazzetta; le fognature erano piuttosto approssimative e d’estate c’erano un sacco di mosche. Se c’erano ricchi e benestanti, quelli non eravamo noi. Allora se ti dicono che c’è un medico “bravissimo”, costi quel che costi, tuo figlio ce lo porti. E, a farci caso, quel medico non è mai vicino a casa tua! Si trattava di andare a Martina Franca, graziosa cittadina fra Bari e Taranto.
Com’è che certi nomi ti entrano in testa e dopo sessant’anni sono ancora lì? L’oculista si chiamava Motolese. Se già allora aveva una reputazione che travalicava i confini della sua provincia, oggi non avrà meno di novant’anni, sempre che la vita non lo abbia abbandonato e Santa Lucia gli abbia mantenuto la vista. Preso da irrazionale impulso, cerco sul motore di ricerca le chiavi “motolese”, “oculista”, “martina franca”. E ne trovo due: un dottore e un professore. La dinastia prosegue, allora  si vede che la ditta rende; anche se non mi risulta più nell’elenco fra quelle specializzate in miracoli...
Nel mio caso il miracolo non ci fu e allora si tentò con la religione, o meglio quella che chiamano religione popolare.
Ho due ricordi sfocati: «La santa di Putignano» (mia madre l’ha sempre chiamata così ma non ne trovo traccia)  e Marietta di Ortanova ( http://www.eresie.it/it/Visionari%20foggiani.html ) . La «santa» se ne stava là muta e svenuta; ma fuori dalla casa la folla era tenuta a freno dai carabinieri. Marietta invece doveva essere provvista di qualche dote, di quelle normalmente registrate in questi casi, visto che mia madre ne fu colpita, stando al suo racconto. Anche lì ricordo una situazione affollata e un mio desiderio di liberarmi in fretta.
Molti anni più tardi lessi la voce «Miracolo» nel «Dizionario filosofico» di Voltaire, dove il filosofo dimostra perché i miracoli non possono esistere. Merci monsieur, ne avevo avuto il sospetto!
In istituto la logica non era attesista ma educativa e riabilitativa. Non si sognava la guarigione; s’imparava a camminare orientandosi nello spazio, a scrivere e leggere in Braille, a usare la macchina dattilo, a suonare, a maneggiare qualche attrezzo di meccanica o carpenteria, ecc. Ma eravamo tutti ciechi: gli ipovedenti allora non erano distinti, anzi se ne scoraggiava la tendenza ad usare la vista nella lettura e in altre attività, per le quali si cercava di addestrare l’uso delle mani e dei sensi vicarianti.
Per chi ne aveva bisogno, l’oculista interveniva in funzione di controllo e monitoraggio. Ed è lì, negli istituti, che ho conosciuto nomi di famosi luminari dell’oculistica che in teoria facevano miracoli, salvo il fatto che noi là dentro non diminuivamo di numero.
Con la maggiore età, ciascuno di noi ha imparato a gestire la sua situazione indipendentemente dalla famiglia. E qui ho notato il formarsi di due atteggiamenti che impropriamente definirò come attivisti e rinunciatari. I primi sono sempre accorsi là dove balenava la speranza: Losanna, Barcellona, Russia, Cuba... Gli altri, fra cui mi annovero, hanno ritenuto di dover fare normalmente la loro vita, consapevoli che quando ci fosse stata una svolta scientifica effettiva, ci sarebbe stata per tutti.
Conoscevo un attivista con la mia stessa patologia: la retinite pigmentosa, una simdrome degenerativa che, in un tempo più o meno rapido a seconda dei casi, conduce inevitabilmente alla cecità assoluta. Lui se le era fatte proprio tutte senza risultati. Io a suo tempo ero persino riuscito a schivare padre Pio!
Un giorno lui mi parla di Pisa. Là c’è una dottoressa che ha ripreso non so che tecnica russa e l’ha migliorata. Ovviamente promette il risultato! Mi chiede se voglio andare a Pisa insieme a lui e io lo snobbo. Ma quando lui mi promette che dopo la visita andiamo a Livorno a mangiare il pesce, allora io accetto di pagar dazio. La situazione che trovai in sala d’aspetto mi si presentò con tutta evidenza come una via di mezzo fra il professor Di Bella e Padre Pio. La dottoressa non era fasulla, anzi era regolarmente dipendente dall’ospedale. Le cose che non andavano erano due: il protocollo, non accettato dalla comunità scientifica, e la ritualità sacramentale che sembrava presupporre una gran fede.
Non ricordo nemmeno se il pesce era buono, da tanto che ero contrariato. Chiacchierare con i pazienti/fedeli mi aveva provocato una rabbia sorda. C’era una professoressa che aveva smesso di insegnare nel momento in cui non riusciva a leggere il registro. Io le dissi che facevo l’insegnante e il registro con i miei occhi lo avevo al più intravisto come sagoma. C’era un altro che da vedente faceva l’elettricista. Gli chiesi cosa faceva adesso. Lui non faceva assolutamente niente: si teneva pronto per quando, grazie alla dottoressa, la vista gli sarebbe tornata, del che non dubitava. Gli chiesi se poteva essere interessato ad imparare qualche lavoro manuale basato sul tatto. Ma lui rimaneva assolutamente dentro questa parentesi aperta che, ne era certo, si sarebbe presto chiusa.
Tutto questo ieri sera ho rivissuto guardando la trasmissione di Jacona. Naturalmente la mia esperienza non è interamente sovrapponibile a certe cose che ci sono state documentate. Intanto né io né la mia famiglia siamo mai stati truffati. E poi il mio handicap, se pur tante cose mi ha impedito e se pure qualche esistenziale dolore mi ha provocato, mi ha permesso comunque di studiare, esercitare una professione, avere relazioni, conoscere un po’ di mondo, ecc. Tuttavia a quelle famiglie che, disperate, corrono dietro a qualunque camice bianco o altro totem produttore di speranza, mi sento di proporre una regola di comportamento che, se non risolve, può contribuire a meglio attrezzarsi per l’esistenza.
La regola la enuncerei così: «Se non hai la certezza di poter raggiungere il traguardo, rinuncia ad arrivare primo. Quando vedrai un altro arrivarci, per te sarà meglio arrivare secondo che andare fuori strada». Traduco per il mio caso specifico. La retinite pigmentosa, come il Parkinson, la SLA e altre sindromi degenerative, non hanno fin qui trovato soluzione. Quando una svolta scientifica definitiva ci sarà, sarà per tutti. E se non sarò il primo a beneficiarne, mi basta arrivare nel gruppo. Nel frattempo, anziché spendere la mia esistenza a girare per medici e sapienti, santoni e fattucchiere, mi dedicherò a trovare significati nell’esistenza che mi è dato di vivere. Ray Charles e Michel Petrucciani saranno anche andati dal dottore; ma la loro energia l’han messa sui tasti del pianoforte. E tutto il mondo si ricorda più di loro che di tanti palestrati dal fisico perfetto.

Carlo Loiodice