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Bassolino, 10 euro buttati

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Antonio Bassolino è stato assolto dalle accuse che lo riguardavano e questo, personalmente, mi fa piacere. Ieri era a Bologna a presentare il suo libro dal titolo ammiccante: «Le Dolomiti di Napoli». E non nego che i miei neuroni si siano messi in moto per indovinare, prima di sfogliarne le pagine, nessi reali o metaforici. Non ero presente in libreria; ma, sollecitato da un post su Facebook, ho voluto subito acquistare il libro. In edizione elettronica. Costa meno e si contribuisce meno alla distruzione di risorse ambientali. E menomale. Perché altrimenti adesso sarei doppiamente rammaricato: per i 10 euro spesi e per la carta da affidare al contenitore della differenziata.
Cominciamo col dire che fra Napoli e le Dolomiti non si trovano nessi concettuali o paesaggistici. Semplicemente, fra quelli che l’autore nel sottotitolo chiama « Racconti di politica e di vita», c’è qualche passeggiata lassù fra i monti del Sud Tirolo.
Per questa mia recensione, comincerò dai racconti di vita. Tanti anni fa, quando andavo a lavorare in treno, spesso incrociavo una mia collega che puntualmente mi ammorbava con storie casalinghe di marito e figli. Per tentare di evitarla e dormire una mezz’oretta, facevo ogni giorno un percorso diverso e sceglievo ora una vettura in testa, ora una in coda o nel mezzo. Questa è la sensazione che mi ha preso leggendo della moglie, dei figli e dei gatti. Non che le cose di famiglia non possano essere oggetto di letteratura. Gli scrittori ebraici sono maestri in questo. Ma sono, appunto, scrittori; avvezzi cioè a scolpire la materia grezza per ricavarne l’opera d’arte. Chi, pur trovando un editore disposto a pubblicarlo, scrittore non è, dovrebbe astenersi. Sul discorso dell’autobiografia tornerò.
Possiamo dunque portare il discorso sui racconti di politica. Non conoscendo Antonio Bassolino di persona, non so dire quanto in lui pesino ragione e sentimento. So però che quando divenne sindaco di Napoli, suscitò molta passione in tutti noi attorno alla nuova immagine che seppe dare della città. Bastò infatti che lui passasse ad altro incarico, cedendo il comune a Rosa Russo Jervolino, perché il visitatore avvertisse netto il senso dell’arretramento. Certo è che nel racconto dei fatti politici di passione non se ne trova. In un certo senso mi torna in mente l’analoga sensazione che provai leggendo l’autobiografia di Pietro Ingrao. Mi sembrava più un archivista che il portatore di sogni, quale era stato. Ma questa volta anche l’archivio è scarsino. Proviamo a vedere.

1.    In occasione di una delegazione presso il Partito comunista in Romania.
‘ ‘ Il regime rumeno è un “regime di polizia”, scrivo. Quando intervengo in direzione aggiungo e mi lascio scappare: «Sembrano fascisti.» Giancarlo Pajetta, pur avendo condiviso la nota, si altera per quella frase che egli respinge e rifiuta di sentire nella sede del PCI. Armando Cossutta, il più filosovietico nel gruppo dirigente, sorride invece compiaciuto. In realtà la frase, che in quel momento mi sembrava forte, era troppo semplice e molto discutibile. Non era un congresso di fascisti, ma di comunisti.
     Proprio l’ultimo giorno del congresso mi apparto con il capo delegazione del PCUS e affermo: «Li avete convinti, vedo. Sono diventati più realisti del re.»
     «Sono zingari» mi risponde. ‘ ‘
Questa la riporto come nota di colore. I comunisti di Mosca che chiamano zingari i comunisti di Bucarest...

2. San Gennaro. Fa un certo effetto leggere la prosternazione acritica di un comunista davanti ad una manifestazione pagana come quella dello scioglimento del sangue. Non dico che si debbano violentare tradizioni e credenze consolidate. Chi lo ha fatto ha pagato prezzi! Ma baciare l’ampolla e riverire ossequiosamente il cardinale sono atti conformi ad una fede o un’appartenenza. Chi non crede o non appartiene alla chiesa cattolica perché deve avere questo atteggiamento prono? A fare così si fa danno.
‘ ‘«San Gennaro non sarebbe esistito senza Napoli, né Napoli potrebbe esistere senza san Gennaro. È vero che non vi è città al mondo che più volte di questa sia stata conquistata e dominata dallo straniero; ma, grazie all’intervento attivo e vigilante del suo protettore, i conquistatori sono spariti e Napoli è rimasta. I Normanni hanno regnato su Napoli, ma san Gennaro li ha scacciati. Gli Svevi hanno regnato su Napoli, ma san Gennaro li ha scacciati. Gli Angioini hanno regnato su Napoli, ma san Gennaro li ha scacciati. Gli Aragonesi hanno usurpato a loro volta il trono ma san Gennaro li ha puniti. Gli Spagnoli hanno tiranneggiato Napoli, e san Gennaro li ha battuti. Infine i Francesi hanno occupato Napoli, e san Gennaro li ha messi alla porta. E chissà cosa farà san Gennaro per la sua patria!»
Tanta è la foga che il Nostro commette un palese errore storico. I francesi sono gli angioini che succedettero agli svevi, ma sono anche quelli del generale Championnet nel 1799. Questa volta, alla presenza dello stato maggiore francese, il sangue si liquefece. Ma i napoletani non gradirono questa connivenza del santo nei confronti dell’occupante e lo degradarono da patrono. Al suo posto fu proclamato S. Antonio da Padova, che ricorre il 13 giugno; giorno nel quale i sanfedisti del cardinal Rufo sferrarono l’attacco alla Repubblica partenopea. 

Alli tridece de giugno
sant'Antonio gluriuso
'e signure 'sti birbante
'e facettero 'o mazzo tanto.
(Canto dei sanfedisti)

3. Nella federazione comunista di Napoli c’erano due Giorgi: Giorgio ‘o chiatto (grasso), Amendola, e Giorgio ‘o sicco (magro) Napolitano. Del primo nel libro non c’è traccia. Del secondo invece si riporta un aneddoto niente male.

‘ ‘Ritorniamo al congresso e trovo Gaspare Papa, lo stimato professore presidente della commissione di controllo, e Peppe Cozzolino, il fratello di Carlo e Antonio, visibilmente turbati. Vogliono parlarmi con urgenza. «C’è un problema serio. Tra i delegati al congresso nazionale non risulta eletto Giorgio Napolitano.» Resto un attimo sorpreso. Il voto segreto riguardava non solo l’elezione del comitato federale, sul quale si appuntava in realtà l’attenzione di tutti, ma anche la delegazione nazionale. «Può essere un errore. Ricontate con calma le schede, una per una.»
     «L’abbiamo fatto.»
     «Fatelo ancora, magari con qualche compagno meno stanco e più fresco. Un errore può sempre essere fatto.» Riconteggiando, Giorgio risulta tra i delegati, ma certo non tra i primi.
     Due giorni dopo si riunisce la direzione. Nei corridoi Lama non mi vede. La tempesta è chiara. Si alza Giancarlo Pajetta. Guarda prima me e poi Enrico Berlinguer.
     «Tu sai quello che si voleva fare. Non voglio sapere come è successo. A Napoli sei tu il capo del partito e tu ne rispondi.» ‘ ‘

La cosa curiosa è che tutto questo era accaduto per via di un’innovazione introdotta per volontà dell’ala giovane e rinnovatrice: il voto segreto. Come non richiamare alla mente la recentissima battaglia in parlamento per il voto palese in una certa commissione?

4. Siamo ora nel 2001. A Genova, durante il G8 è successo quel che è successo. Bassolino parla con Arnaldo La Barbera, uno dei responsabili del macello che non incorrerà nel processo perché un tumore lo porterà via prima.
‘ ‘Verso la fine del colloquio gli chiesi all’improvviso: «Ma cosa avete combinato a Genova? Chi ve lo ha ordinato?» Si tolse gli occhialini e mi rispose: «Sindaco, sa bene che sono un servitore dello Stato.» ‘ ‘
Che La Barbera la chiuda qui arrivo a capirlo. Ma che il nostro memorialista non esprima alcun sentimento lascia interdetti. Ah, già. Dimenticavo che i comunisti considerano borghese ogni sentimentalismo... Bella scusa...

5. Con questa ultima citazione riprendo il discorso sull’autobiografia. Certo non si pretende che per narrare di sé si debba essere necessariamente Elias Canetti. Ma si dà il caso che proprio di recente è uscito un libro del Casertano Francesco Piccolo dal titolo «Il desiderio di essere come tutti». È l’autobiografia di un comunista scrittore e sceneggiatore («Il caimano» assieme a Nanni Moretti). E si dà il caso che anche quiricorra un episodio citato da Bassolino che ha come protagonista Silvio Berlusconi. Ecco Bassolino.

‘ ‘ Prima e durante il G7 del 1994 venne più volte a Napoli, insieme a Veronica. Sotto la stupenda cascata illuminata della Reggia di Caserta, abbracciando la moglie e rivolgendosi ai Clinton e a noi, disse: «Attenti stanotte, mi raccomando.» ‘ ‘

Ed ecco Piccolo.
‘ ‘In qualche modo, se quel lontano giorno di inizio estate ero diventato non soltanto il ragazzo di Caserta che stava svaligiando un frigorifero, ma un italiano in piú, nel momento in cui stava per avere coscienza di esserlo; adesso c’era la conclusione narrativa di quel lampo di consapevolezza: tanti anni dopo, avevo la colpa di aver abbandonato la mia città, il presidio di quello spazio specifico e rivelatore davanti alla fontana di Diana e Atteone; e lo spazio era stato subito occupato dall’italiano scelto come rappresentante di tutti gli italiani, davanti al mondo, che stava dicendo ai presidenti dei Paesi piú importanti: che serata frizzantina, attenti che stanotte si scopa.
E la questione delle scopate, in seguito, sarà una parte non irrilevante della vita privata e pubblica - della confusione tra privato e pubblico - di questo imprenditore ricchissimo che era diventato presidente del Consiglio.
Berlusconi in quella occasione è nella versione piú ufficiale e pubblica possibile: è il presidente del Consiglio italiano che ospita le nazioni piú potenti del mondo. E spinge tutto sul privato, sull’intimità della camera da letto - luogo che in seguito, appunto, segnerà la sua vita pubblica, anzi la sua vita privata in pubblico. Parla dell’intimità davanti alle persone piú potenti del mondo. E io nello stesso luogo, tantissimi anni prima, da solo, nell’atto piú privato possibile della solitudine di un ragazzino inconsapevole, intuisco che esiste una vita al di fuori della mia.’ ‘

Certo siamo ancora lontani da Canetti, da Oz o dall’ultimo romanzo autobiografico che ho letto, di uno scrittore ebreo che si chiama Eshkol Nevo - «La simmetria dei desideri -. Avverto poi che l’episodio di Berlusconi alla reggia di Caserta ricorre più e più volte nel racconto di <Piccolo, il quale lo rimuggina alla ricerca di una linea di demarcazione chiara e visibile fra dimensione pubblica e privata. Bassolino invece la butta lì. Poi dice di una telefonata di auguri natalizi ricevuta in viva voce da Berlusconi, dove si sentivano anche Veronica e mamma Rosa. E poi giustifica sé e coloro (Renzi, evidentemente) che con Berlusconi hanno coltivato rapporti come fra rappresentanti delle istituzioni. 

Se ho comprato questo libro, è perché mi aspettavo un passo avanti nella comprensione della vicenda campana. Su questo invece credo si debba riproporre quanto nel 2007 scrisse Marco Demarco.

‘ ‘Se l'obiettivo era tenere insieme una città rotta, garantirne la sopravvivenza e perpetuarne la scaltrezza, Bassolino lo ha certamente raggiunto. Non ha unificato Napoli, ma ne ha incollato i cocci, specialmente nella prima fase. Se l'obiettivo era invece più ambizioso, e cioè contribuire a tenere unito il paese, accreditando l'immagine di un Sud efficiente e vincendo così i pregiudizi del Nord, allora è evidente che è stato mancato. Nord e Sud sono distanti esattamente come lo erano negli anni Sessanta. Lo dicono i dati e lo dice il senso comune. Ma se la missione doveva essere avvicinare il Sud al Nord, Bassolino ha ragione da vendere quando sostiene che non doveva essere lasciato solo. Serviva un altro quadro teorico, più consapevole e più coraggioso. E serviva un'altra sinistra, con meno «signori della guerra» e più teste pensanti.”
Marco Demarco
“L'altra metà della storia
Spunti e riflessioni su Napoli da Lauro a Bassolino”,
Prefazione di Giuseppe Galasso,
2007 © Alfredo Guida Editore

Carlo Loiodice